Da Reich a Lowen, le quattro idee che reggono il metodo e perché lavorare a partire dal corpo apre una porta diversa sulle domande di cui si occupa la psicologia.

La parola «energia» fa venire in mente qualcosa di vago, come aure o vibrazioni che non si lasciano toccare. La bioenergetica lavora su un materiale molto più concreto, quello che hai sempre con te: il respiro che si accorcia davanti allo schermo, le spalle che salgono di un centimetro quando arriva una mail sgradita, la mandibola serrata che ti accorgi di avere solo quando qualcuno te lo fa notare. Sono tracce di una biografia, scritte nei muscoli. Il modo in cui un corpo respira e si tiene in piedi racconta una storia che la persona spesso non sa nemmeno di portarsi addosso.

Questo articolo è una mappa di quella storia. Da dove nasce la bioenergetica, su quali idee si regge, e perché lavorare sul corpo apre una porta diversa, ma altrettanto seria, sulle stesse domande di cui si occupa la psicologia.

Da Reich a Lowen: una storia di corpi

La bioenergetica ha una genealogia precisa. Wilhelm Reich, allievo dissidente di Freud, sostenne negli anni Trenta una tesi allora scomoda: le difese psicologiche si depositano nei muscoli. Le chiamò armatura caratteriale. Un bambino che impara presto a non piangere contrae la gola e blocca il diaframma; ripetuto per anni, quel gesto smette di essere una reazione e diventa la forma stessa del corpo adulto.

Alexander Lowen, che di Reich fu prima paziente e poi allievo, trasformò questa intuizione in un metodo praticabile. Tenne il nucleo, cioè l’idea che la biografia di una persona sia leggibile nella sua muscolatura, e ne ricavò una conseguenza operativa: se la storia è scritta nel corpo, si può intervenire anche a partire dal corpo, attraverso il movimento, il respiro e la voce. Nel 1975 raccolse questo lavoro nel libro che dà il nome alla disciplina, Bioenergetica (edizione italiana Feltrinelli).

Vale la pena chiarire i confini, perché è qui che nascono gli equivoci più frequenti. La bioenergetica è un percorso di consapevolezza e di crescita, con radici nella psicoanalisi e un dialogo sempre più stretto con le neuroscienze del corpo. Resta una pratica distinta dalle medicine alternative che promettono guarigioni.

Le idee che reggono l’impianto

Quattro concetti tengono insieme tutto il resto, ed è utile vederli uno per volta.

Il primo è l’energia. Il corpo la produce respirando e la spende muovendosi e sentendo. Quando il flusso è libero ci si sente vivi; quando si strozza, per esempio in un respiro che resta sempre alto e in petto, arriva una stanchezza che non dipende da quanto hai dormito.

Il secondo è l’armatura. È l’insieme delle tensioni croniche con cui evitiamo di sentire ciò che da piccoli sarebbe stato insostenibile. Ci ha protetti quando non avevamo altre risorse, e tende a restare accesa molto dopo che il pericolo è passato.

Il terzo riguarda carica e scarica. Un corpo in salute si attiva e poi lascia defluire l’attivazione, tornando alla quiete. Quando la scarica è povera, l’attivazione resta intrappolata, e si traduce nella sensazione di essere perennemente sotto pressione.

Il quarto è il grounding, cioè il radicamento: quanto senti il contatto reale fra i piedi e il terreno. In bioenergetica stare con i piedi per terra è un esercizio fisico vero e proprio, di cui parlo in un articolo dedicato.

Perché il corpo «ricorda»

Il sistema nervoso autonomo regola battito, respiro e digestione senza che possiamo dargli ordini diretti. Una parte importante di come ci sentiamo nasce proprio da qui, dal modo in cui il cervello legge i segnali che salgono dal corpo. Questa lettura ha un nome, interocezione, ed è uno dei campi più vivaci della ricerca recente.

Una rassegna del 2025 di Benedict Greenwood e Sarah Garfinkel, pubblicata sull’Annual Review of Psychology, raccoglie le evidenze che legano l’interocezione all’esperienza delle emozioni, e mostra come ansia, depressione e disturbo post-traumatico si accompagnino a un modo alterato di percepire i segnali interni del corpo (fonte: Greenwood & Garfinkel, Annual Review of Psychology 2025, doi.org/10.1146/annurev-psych-020924-125202).

Tradotta in questo linguaggio, l’armatura di Reich somiglia a un sistema nervoso rimasto troppo a lungo in assetto difensivo: le spalle alte e il respiro corto diventano la forma fisica di un allarme che non si è mai spento. È anche la ragione per cui ragionarci sopra spesso non basta. Si può sapere benissimo di essere al sicuro e continuare a respirare come se non lo si fosse.

Una precisazione: questo non è un articolo medico. La bioenergetica è un lavoro di consapevolezza e crescita, non sostituisce una terapia per condizioni cliniche. In presenza di disturbi d’ansia importanti, sintomi post-traumatici o condizioni mediche complesse, è bene affiancare sempre figure sanitarie qualificate.

Cosa succede in una classe di bioenergetica

Molti immaginano una seduta silenziosa in cui si «scava» nel dolore. Le classi assomigliano piuttosto a una palestra emotiva fatta in gruppo. Si lavora in piedi, con posizioni che caricano le gambe fino a farle vibrare (è il tremore fisiologico, un fenomeno normale e non un sintomo da temere), e con respiri che riaprono il diaframma. A volte entra anche la voce.

C’è una ragione per cui si pratica insieme. Nelle classi capita spesso che qualcuno, nel mezzo di un esercizio, si accorga di stare tremando o piangendo accanto a persone che non conosce, e che proprio quella presenza renda il passaggio più sopportabile di quanto sarebbe stato da soli in una stanza. Il corpo si regola anche attraverso gli altri corpi. È lo stesso meccanismo antico per cui il respiro calmo di chi ci sta vicino tende a calmare anche il nostro.

Nelle classi di bioenergetica di Adamo Mastrangelo, a Studio Luxa, il filo conduttore è semplice: prima si sente, poi si dà un nome. La teoria arriva dopo, quando serve a chiarire qualcosa che il corpo ha già attraversato.

Per chi è questo lavoro

La bioenergetica parla soprattutto a chi sospetta che il proprio nodo non stia solo nei pensieri. Ci si arriva di solito portando tensioni che nessun massaggio scioglie davvero, oppure scoprendo di funzionare benissimo nella vita pratica ma di faticare a sentirsi presenti. Altre volte è il desiderio confuso di smettere di trattenere, senza sapere bene cosa si sta trattenendo.

È un percorso che non promette di cancellare il dolore, non sostituisce una psicoterapia quando questa serve, e nemmeno una diagnosi medica. Più semplicemente, è un modo per rimettere in movimento un’energia che si era fermata.

In sintesi

La bioenergetica eredita da Reich l’idea che la storia di una persona si scrive nei muscoli, e da Lowen un metodo per leggerla e per modificarla a partire dal corpo. Le neuroscienze del corpo, quasi un secolo dopo, stanno mostrando con un linguaggio diverso che quell’intuizione aveva senso.

Resta una domanda con cui vale la pena fermarsi un momento: quanta parte di ciò che dai per scontato sul tuo «modo di essere» passa, in realtà, dal modo in cui molto tempo fa hai imparato a respirare e a stare in piedi?