Tra teoria polivagale, la revisione di Maier e Seligman del 2016 e gli studi Whitehall di Marmot, una mappa per capire perché la resa anticipa il pensiero e dipende anche dalle gerarchie in cui viviamo.
Capita in riunione, allo sportello, davanti al medico. La frase che vorresti dire non arriva neppure a formarsi e le spalle scendono in avanti, lo sguardo cerca il pavimento, la gola si chiude. Quando esci da quella stanza ti dici che dovevi insistere, che la prossima volta lo farai. Ma la prossima volta accade di nuovo, e con la stessa esattezza.
Ti assicuro che non si tratta di pigrizia, e nemmeno di sola timidezza: è un fenomeno antico e preciso del sistema nervoso, che la ricerca degli ultimi vent’anni ha cominciato a chiamare per nome. La passività di fronte a una situazione che ci appare incontrollabile non nasce da una pessima educazione né da una debolezza del carattere. È, per i mammiferi, una risposta di default. Quello che impariamo, semmai, è il contrario: a sentirci capaci di incidere.
In questo articolo provo a tenere insieme tre piani che di solito vengono raccontati separati. La fisiologia del corpo che si arrende, la neuroscienza che spiega perché lo fa e la struttura sociale che riesce, certi giorni, a togliere a una persona ogni residuo margine di controllo, per smettere di chiedere alla volontà ciò che la volontà, da sola, non può fare.
Perché il corpo si arrende prima che la mente decida?
Il corpo ha un suo modo, antico di milioni di anni, di rispondere a una minaccia che gli sembra senza uscita. Quando il pericolo è valutabile e affrontabile, il sistema nervoso simpatico ci prepara alla fuga o al combattimento. Ma quando l’uscita non si vede, entra in gioco un altro circuito, più arcaico: il ramo dorsale del nervo vago, descritto da Stephen Porges nella sua teoria polivagale (fonte: Porges, The Polyvagal Theory, W.W. Norton, 2011).
Questo ramo del vago rallenta il cuore, abbassa il tono muscolare, riduce la respirazione, fa scendere lo sguardo. È la firma fisiologica dell’immobilizzazione, quella stessa che vediamo nell’animale che fa il morto quando il combattimento non è possibile. Negli esseri umani contemporanei, però, questo programma si attiva in contesti dove la minaccia non è la zampa di un predatore ma la voce del proprio responsabile, una richiesta improvvisa del vicino di casa, un rumore di passi alle spalle in una strada poco illuminata. Il sistema nervoso non distingue bene fra queste situazioni: si fida del segnale di non uscita e spegne tutto.
C’è un punto importante: quando ti accorgi che la frase non esce, è un errore di prospettiva pensare che la tua mente avesse pronto un discorso da pronunciare e il corpo l’abbia bloccato in gola. La realtà è diversa: il corpo ha già risposto prima che il pensiero potesse formularsi. Non stai affatto trattenendo una replica, essa non si è ancora composta. Questa precedenza fisiologica spiega perché doverlo volere di più non funziona. La volontà, purtroppo, arriva quando il sistema ha già scelto.
Cosa ha capito la neuroscienza nel 2016: la passività è il default
Per cinquant’anni la psicologia ha lavorato attorno a un concetto coniato da Martin Seligman alla fine degli anni Sessanta, “l’impotenza appresa”. L’idea era che, esposto ripetutamente a stimoli avversi incontrollabili, l’animale (o la persona) imparasse che le proprie azioni non producevano effetti, e da quel momento smettesse di provare anche quando una via d’uscita esisteva. Nelle prime versioni della teoria, la passività era un’acquisizione, qualcosa che si imparava attraverso l’esperienza: diventi passivo perchè hai capito (con la mente) che non puoi fare diversamente.
Nel 2016, in un articolo pubblicato sulla Psychological Review, Steven Maier e lo stesso Seligman hanno corretto sé stessi (fonte: Maier, S. F., e Seligman, M. E. P. (2016). Learned helplessness at fifty: Insights from neuroscience. Psychological Review, 123(4), 349-367). La neuroscienza degli ultimi decenni, in particolare lo studio del nucleo dorsale del rafe (la principale e più estesa riserva di neuroni serotoninergici dell’intero sistema nervoso centrale) e della corteccia prefrontale ventromediale, mostra che la teoria originale aveva preso la cosa al contrario: la passività davanti a uno stress prolungato e incontrollabile non viene appresa. È la risposta di default del cervello dei mammiferi, mediata dall’attività serotoninergica del nucleo dorsale del rafe, che a sua volta inibisce i comportamenti di fuga.
Quello che si impara, dicono gli autori, è esattamente l’opposto. Quando la corteccia prefrontale riconosce un margine di controllo reale sull’evento avverso, frena automaticamente il circuito della passività. In altre parole, non passi da una condizione attiva a una passiva perché qualcosa ti ha reso “passivo”. Parti già passivo, fisiologicamente, e diventi attivo solo se la tua storia ti ha permesso di costruire la rappresentazione interna del “posso fare qualcosa che cambia le cose”. Per molte persone, certe famiglie, certe scuole, certi lavori, quella rappresentazione non è mai stata costruita per davvero, oppure è stata smontata pezzo per pezzo.
Come si esce: imparare il controllo, non la calma
Da questa cornice scientifica deriva una conseguenza pratica controintuitiva. Non si esce dalla sottomissione attraverso il rilassamento. Se la passività è il default e ciò che la spegne è il riconoscimento di un margine di controllo, allora il lavoro non è anestetizzare il sistema nervoso ma costruire, in modo ripetuto e concreto, esperienze in cui un proprio gesto produce un effetto visibile. La bioenergetica può aiutarti anche in questo caso.
Questo cambia anche cosa intendiamo per lavoro sul corpo. Le pratiche bioenergetiche, e in generale le terapie che lavorano dal corpo, non puntano semplicemente a calmare ma a riaccendere la capacità di sentire e di agire. Una pressione sul terreno con i piedi, un suono che esce, uno sguardo che si rialza, una resistenza fisica a una spinta, queste sono micro-esperienze in cui il sistema nervoso percepisce di poter incidere su qualcosa. Per la fisiologia, è esattamente il tipo di segnale che la corteccia prefrontale può usare per dire al nucleo del rafe di smettere di tenere il corpo in standby.
Non si tratta di un percorso lineare. Per chi viene da anni di posizione subordinata, perfino il gesto minuscolo del sentire il proprio peso a terra può evocare l’allarme prima della libertà. La via d’uscita non è un’unica intuizione luminosa, ma una serie di piccoli atti di efficacia, ripetuti finché il sistema nervoso non comincia ad aggiornare la propria mappa di sé.
Quando la fisiologia incontra la gerarchia: gli studi Whitehall
Tutto questo può sembrare ancora una storia individuale: una persona deve lavorare su di sé e prima o poi si sblocca. Ma c’è ancora un livello ulteriore, e ignorarlo significa caricare sulla biografia personale un peso che è anche, e in larga misura, strutturale e sociale.
Negli anni Settanta e Ottanta, l’epidemiologo britannico Michael Marmot ha condotto due grandi studi longitudinali, noti come Whitehall I e Whitehall II, su decine di migliaia di impiegati pubblici britannici (fonte: Marmot et al., Health inequalities among British civil servants: the Whitehall II study, The Lancet, 1991). Il risultato che cambiò il modo di leggere le disuguaglianze sanitarie fu inatteso. Si è scoperto che, a parità di altri fattori, più una persona occupa una posizione bassa nella gerarchia, peggiore è la sua salute, su quasi tutte le cause di morte.
Nei lavori successivi, Marmot e colleghi hanno identificato il fattore più importante alla base di questo gradiente. Non era il reddito in sé, e non erano i comportamenti come fumo o sedentarietà: era principalmente la mancanza di controllo sul proprio lavoro. Chi può decidere come svolgere i propri compiti, in che ordine, con quali pause, su quali criteri di qualità, si ammala meno; chi è invece esecutore di decisioni altrui, si ammala di più. La fisiologia della sottomissione, in altre parole, non è soltanto un fatto di sistema nervoso individuale: è anche (e spesso soprattutto) il prodotto cumulato di anni in ambienti che, sistematicamente, tolgono margine.
Tenere insieme i due piani ha un effetto preciso. Toglie alla persona la colpa di non riuscire a tirarsi su, ma non la deresponsabilizza neppure. Sposta la domanda: dove, nella mia giornata, posso davvero riprendermi un gesto? E, di pari passo: quali sono gli spazi in cui i margini mi vengono tolti, e come provo a difenderli?
Cosa mi porto a casa
La sottomissione è una risposta antica del corpo a una mancanza di controllo che è insieme storica, personale e attuale. Provare a uscirne con la sola forza della motivazione equivale a chiedere a una macchina di smettere di accelerare semplicemente perché vorresti che si fermasse. Non funziona, e produce il senso di colpa di chi pensa di essere lui il problema.
Tenere insieme la neuroscienza di Maier e Seligman, la teoria polivagale di Porges, le ricerche di Marmot e una pratica corporea come quella bioenergetica significa fare una cosa modesta ma fondamentale: riportare la passività al suo statuto reale, cioè non come una colpa, non un destino, ma come il punto di partenza fisiologico da cui costruire, passo dopo passo, esperienze di efficacia. E al tempo stesso, riconoscere che certe esperienze di efficacia non si possono costruire da soli, perché qualcuno o qualcosa, nel proprio ambiente, le rende impossibili.
Resta una domanda con cui ti lascio: dove, oggi, hai effettivamente un margine? Anche piccolo. E cosa accade nel tuo corpo quando provi a esercitarlo?